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Welcome to Paracas

Come da programma ci svegliamo alle sei del mattino per andare alle Islas Ballestas. << Good morning Paracas! >>. In taxi arriviamo direttamente al porto, dove saliamo sulla barca, credo sia questo il nome più appropriato. Il capitano: Louis. Inizia il tour e fin qui tutto bene, ci allontaniamo dalla costa, davanti a noi solo un’immensa distesa d’acqua e una signora che ride della mia risata. Vediamo pinguini, pellicani e leoni marini spiaggiati qua e là. Un vero e proprio spettacolo, non so neanche perché lo racconto, se non lo vivi non puoi capire del tutto ciò che si prova.

<< Ga, in questo momento sono la persona più rilassata del mondo, me la sto proprio godendo >>. << Si è una goduria >>. Tempo due secondi e un’ondata d’acqua ci travolge la faccia. L’acqua sapeva terribilmente di pesce. Ci siamo dovute lavare la bocca centotrentacinque volte per toglierci il sapore di pesce puzzolente. Ma dopotutto, qui a Paracas, qualsiasi cosa respiri, bevi o mangi sa di pesce, dal pollo alla birra. (No scherzo, tutto tranne la birra, almeno quella è in bottiglia).

Ho, inoltre scoperto di patire il mal di mare, e Gaia ha paura dell’acqua. Siamo un’accoppiata perfetta.

Arrivando a Paracas, prima di entrare nella città / baraccopoli abbiamo visto dal finestrino del bus parte della riserva nazionale, una distesa infinita, una distesa “del nulla”. Per questo motivo non eravamo convintissime nel fare trekking nella riserva. Ma l’organizzatore dell’ostello ci ha talmente gasate, descrivendolo come un’esperienza fantastica, che: << Vale, siamo qui, non rinunciamo a niente >>. << Si, Gaia, lo voglio fare >>. Così, alle quattro del pomeriggio saliamo sul bus, direzione: trail nel deserto. Ti si stringono le chiappe quando sei su un mini bus agli ottocento km/h su una strada che l’asfalto non l’ha mai visto. << Fa parte del gioco, giusto? >>, mi dico tra me e me.

Meno male che ci siamo affidate all’organizzazione del Kokopelli, meno male che abbiamo deciso di non rinunciare a nessuna esperienza. Dopo aver camminato per un’ora siamo arrivati in cima ad una duna altissima. Immaginatevi di camminare in salita, sulla sabbia, con il vento a sfavore, una fatica immensa. Ma, una volta in cima: alle tue spalle il deserto e di fronte a te l’oceano pacifico, nient’altro.

Ti senti piccolissimo, non conti nulla, eppure sei la persona più fortunata del mondo. Sei qui, ora. Nient’altro ha importanza in questo momento, o almeno per me così è stato.

Distese di spazio infinito. Mare e deserto. Continuando lungo la cresta, fino alla “Playa Mendieta”, ammiriamo il tramonto, dal posto più bello che abbia mai visto in vita mia. E mi rendo conto che uno spettacolo del genere non si può raccontare, certe esperienze si devono vivere, vivere e basta.

<< Vale, ma che vento c’è! >>. << Ga, lascia perdere, prima ho messo il telefono nello zaino e a momenti non mi vola via >>.

Non scherzo se vi dico che abbiamo camminato in discesa su una parete di sabbia, senza paura di cadere, perché il vento, avendolo a sfavore, ci teneva in piedi. << Vale ho le orecchie piene di sabbia >>. << Credo che avremo la sabbia addosso per i prossimi ventisette giorni >>, rispondo.

Esauste, ma felici, felici davvero, torniamo in ostello. Dopo la doccia, con ancora della sabbia nelle orecchie, ci buttiamo al pub per mangiare un panino gigante. E due birre. Va bene essere sportive, ma non troppo.

Nel momento in cui decidiamo di andare a dormire, da dietro il bancone, il barista urla: << Chupito! >>. Credetemi, ho corso fino al bancone, ci ho provato veramente, ma la quantità di gente che si è avventata per prenderlo era allucinante. Quindi siamo andate a dormire, esauste, felici e senza chupito.

<< Gaia domani si va a Ica, buonanotte >>.

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