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Huaca fucking china

<< Vale, svegliati, dobbiamo scendere >>, mi dice, pizzicandomi il braccio.
Scendiamo dal bus, intorno a noi: un’immensa baraccopoli. Immaginatevi di essere circondati da case fatte di soli mattoni, niente cemento, mattoni e basta. Case simili a container, nessun bar, soltanto qualche market qua e là. Non riuscite ad immaginarlo? Ci credo, nemmeno io che sono qui credo a ciò che vedo. Altro che Paracas, quello si che era lusso.

Saliamo su un taxi per arrivare al nostro ostello, o meglio, alla nostra casa famiglia. Man mano che ci avviciniamo diventa sempre peggio, non ci sono neanche più i market. Il nulla più totale. Arriviamo davanti alla porta di ingresso, e la situazione non è migliorata: << Ga, io qua non ci voglio stare, andiamo direttamente a Huacachina >>. << Stavo pensando la stessa cosa, andiamocene, e in fretta >>. Alla “reception”, chiamiamola così dai, diciamo che cancelliamo la prenotazione. Via di qua, subito. << Fortuna che non avevamo già pagato >>, dico. << Vale, e adesso come lo chiamiamo un taxi per arrivare all’oasi? >>. ( Huacachina è la città oasi in mezzo al deserto )

Attraversiamo la strada e, fortunatamente, troviamo un poliziotto in bicicletta, ebbene si, come nei film, qui i poliziotti girano con la bici.
<< We need a taxi for Huacachina >>, proviamo a dire. Nel giro di cinque minuti ecco il nostro taxi. È incredibile come le persone siano veramente ben disposte ad aiutarti sempre e in qualsiasi circostanza. In macchina, tramite l’app di booking prenotiamo un altro ostello. Vi dico solo che siamo arrivate a destinazione alle cinque del pomeriggio e qui al “Wild Rover Hostel”, l’ostello appena prenotato, erano già tutti in festa, al bar erano tutti ubriachi. << Wow, Vale, menomale che ce ne siamo andate da Ica, che posto pazzesco >>.

Prendiamo una birra per festeggiare, ma qua se sei in due, e giustamente ordini due birre, te ne danno tre. Perché? Non ne ho idea, chiedetelo a loro. Si tratterà di uno sconto per l’happy hour, peccato che qui è sempre happy hour.

Ci facciamo una doccia e subito dopo ci fiondiamo al pub per bere e mangiare. << Vale ma guarda ci sono due ragazze che ballano sul bancone >>, << Ga, noi facciamo un po’ di festa, ma un po’ meno di così >>.

Dopo un’ora e quattro cocktail non avevamo più problemi neanche a parlare in tedesco, e quando, ad una certa, la pista da ballo si è spostata sul bancone: << Ga, a questo punto siamo obbligate a… >>, neanche ho finito la frase che Gaia c’era già salita sopra, il bancone intendo. ( Ricky tranquillo, la tengo d’occhio io)

L’indomani, per fare colazione ci abbiamo impiegato più di un’ora perché qui, al “Wild Rover”, i baristi bevono tutto il giorno, figuratevi che iniziano ad urlare: << Free shots >> alle undici del mattino, e fanno festa con noi la sera, quindi di mattina girano con i bottiglioni d’acqua sotto il braccio e nove volte su dieci non capiscono cosa ti devono portare, come te lo devono portare, e soprattutto quando.
<< Ed è proprio questo il bello >>, penso.

Per fare le attività del pomeriggio ci siamo rivolte all’organizzazione dell’ostello. << Facciamo buggies e sandboarding, Ga, ci siamo! >>. << Finalmente >>, risponde. È da mesi che aspetto questo momento.

Saliamo sul nostro buggy, in prima fila, attaccate all’autista, un pazzo. << Va bene che siamo nel deserto, sulla sabbia, ma se ci ribaltiamo ci facciamo male lo stesso >>, gli avrei detto se solo sapessi lo spagnolo.
Ad un certo punto: << Bip, bip! >>, urla l’autista del buggy. Perché? Perché qui in Perù, bisogna sempre suonare il clacson, non puoi non suonarlo quando sei su un mezzo di trasporto, quindi se non hai un vero clacson, ne devi imitare il suono.

Sandboarding: praticamente ci si deve sdraiare sulla tavola, andare in piedi è impossibile perché non hai gli attacchi, hai solo due corde alle estremità.

Ammetto di aver titubato un attimo, la parete di sabbia era davvero ripida ma << Tu, italiana, vai per prima >>, dice, indicandomi, il nostro accompagnatore. Ho avuto due secondi e mezzo per superare la mia paura, dopodiché mi sono lanciata giù per la duna. Cavoli se lo rifarei altre mille volte. In quel momento ho provato un senso di libertà mai provato prima. Non pensi a niente: sei nel deserto, a pancia in giù sopra una tavoletta di legno, ad una velocità spropositata. Mi viene da dire << Che figata pazzesca >>, non saprei come altro dirlo in italiano.

Purtroppo però, bisogna ritornare in ostello e durante il viaggio in buggy: << Ga mi sa che sta piovigginando, sento delle gocce in faccia >>. << Vale, non è pioggia, è il liquido del motore che ci sta arrivando dritto in faccia >>. Benissimo.

Una volta scese avevamo la sabbia in posti in cui, giuro, la sabbia non dovrebbe stare, un mix di sudore e liquido del motore in faccia e non vi allego la fotografia del livido enorme che ho sulla coscia… Ma: << Fa sempre tutto parte del gioco, giusto? >>.

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