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Arequipa

Dodici ore di pullman. Dodici ore di terrore.
Saliamo a bordo, e fin qui tutto ok. Dopo aver mangiato il pollo servito per cena, cerco di chiudere gli occhi. Nonostante siano le undici di sera, non hanno nessuna intenzione di spegnere le luci. Provo a mettermi la maglia sulla faccia, un fazzoletto, ho provato anche con una fascetta per capelli, ma non riesco a prendere sonno. Figuriamoci che ad un certo punto, la strada era talmente brutta e l’autista prendeva le curve talmente veloci che cadevano gli zaini dagli scomparti sopra le nostre teste. << A sto giro ci ribaltiamo, Ga >>. << Shh. Chiudi gli occhi, non pensarci >>, dice poco convinta.
Poco dopo un senso di nausea mi avvolge, e i crampi alla pancia si fanno sempre più forti. La tavoletta del bagno è diventata il mio secondo sedile. Non mi dilungo nella descrizione, non mi sembra il caso, ma << Scrivendo il blog devo essere sincera, nel bene e nel male >>, mi sono sempre detta fin dall’inizio. Credetemi se vi dico che questo è stato un vero e proprio viaggio della speranza, non lo augurerei a nessuno. Neanche a te che leggendo queste ultime righe ti starai facendo una risata.

Aria, siamo fuori dall’autobus. Prendiamo il primo taxi, e spero che, avvicinandoci al centro, il panorama fuori dal finestrino migliori.
<< Vale, siamo ad Arequipa >>. << Guarda: quella è la Plaza de Armas >>, le dico indicando una piazza bellissima e un’immensa Cattedrale sullo sfondo. << Credo che questa sia la prima vera e propria città che visitiamo da quando siamo partite >>, aggiungo.

Finalmente, abbiamo i piedi per terra, basta mezzi di trasporto, siamo in ostello. << Ga, voglio fare una di quelle doccie.. >>, dico senza quasi riuscire a finire la frase per l’emozione. Entriamo nella nostra stanza e la mia amica va ad ispezionare il bagno. << Vale in che lingua vuoi piangere? >>, dice, mandandomi a vedere a mia volta il bagno. Mio Dio, non vedo l’ora di andarmene da questo ostello. Il suo nome è “Positive Hostel”, “positive” perché devi pensare positivo, e non alle duecentomila malattie diverse che puoi prendere anche solo guardando il muro.
<< Gaia, io dormo nel sacco a pelo vicino a te questa notte >>. << No >>, risponde. << Gaia non era una domanda, dormo con te >>, replico. E così è stato.

Tolto l’inconveniente dell’ostello, Arequipa è il primo posto che ricorda una città come la intendiamo noi europei. Il clima è completamente diverso da quello a cui eravamo abituate, verso le cinque del pomeriggio tocca mettersi la giacca, abbiamo abbandonato i quaranta gradi. Le strade sono pulite, ma il traffico è sempre lo stesso. Anche qui c’è la gara a chi suona di più il clacson, e i segnali di precedenza non esistono. E io che la patente di guida me la sono portata in Perù, pensando: << Chissà, magari mi torna utile >>, no, no, no, non guiderò mai qua.

Che dire, il cibo è sempre lo stesso, non credo che mi abituerò mai alla cucina peruviana. Anche se visto la mia situazione, mangiare riso in bianco mi fa solo bene. C’è da dire, però, che i frullati di frutta sono i più buoni che abbia mai assaggiato, questo devo ammetterlo.

Mi piace la musica che rallegra, fin dalla mattina, questa città. Dalle persone che cantano con una chitarra in mano, ai cammioncini dell’immondizia che, quando scaricano i bidoni, hanno come sottofondo la canzone “In fondo al mar” del cartone animato “La Sirenetta” (se non mi credi ti mando il video). << Vale, alcuni sono talmente stonati che potresti cantare anche te >>. << Grazie sei gentile >>.

Girovagando per la città siamo riuscite a trovare un supermercato, cosa da non dare per scontato. Non esiste il “Conad”, dimenticatevelo, ci sono un’infinità di piccoli market, negozi che vendono solo lo shampoo e non il bagnoschiuma, per esempio. Per trovare tutto ciò che ti occorre devi camminare per ore, ed entrare in svariati market. << Wow, Vale, ma quello è un supermercato >>. << Se qualcuno un mese fa mi avesse detto che mi sarei stupita nel vedere un supermercato, gli avrei riso in faccia >>, rispondo, eppure è così.

I primi due giorni passano velocissimi: visitiamo la Cattedrale neoclassica, il Mercado San Camilo: un’esplosione di odori e colori… e fortunatamente cambiamo ostello. Molto meglio, ha pure la cucina. << Ga, non dobbiamo più camminare per ore in cerca di un ristorante che ci ispiri, possiamo cucinare >>. << Posso cucinare, semmai, te non ti avvicini ai fornelli, riesci a bruciare pure le piadine >>, mi risponde. << Gaia, basta, è successo una volta, il passato è passato >>, ma dimmi te, ancora con questa storia.

Vi dirò anche un’altra cosa, che io assolutamente non immaginavo, puoi cambiare mille hostel, ce ne saranno di più belli e più bruttini, ma una cosa è certa: ci saranno sempre dei francesi. A quanto pare il Perù è una delle mete più ambite per loro. << Stiamo parlando più francese che spagnolo a momenti, vero Ga? >>. << Io non capisco più in che lingua parlo, un mix di italiano, francese, inglese e spagnolo, lascia stare >>.

Nei prossimi due giorni ci aspettano sveglie ad orari improponibili, delle cascate a 4.600 metri e il Colca Canyon.

<< Ga, metti te la sveglia alle cinque? >>. << Si buonanotte >>.

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