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Puno

È sera, e siamo in stazione, a Puno. << Cavolo Ga, ma fa un freddo cane >>, << E mettiti la giacca >>, risponde, giustamente. Peccato che, intelligentemente, l’ho lasciata nello zaino. E valla a ritrovare, faccio prima a soffrire in silenzio.

È sempre divertente quando scendi dal taxi, con appresso il tuo pesantissimo zaino, e di fronte a te solo la porta d’ingresso dell’ostello. È divertente perché incroci le dita e speri che questa volta sia meglio di quello prima. Tendenzialmente non funziona mai così, ma << La speranza è l’ultima a morire >>, giusto?

Entriamo nella nostra stanza, nella quale ci sono tre letti, e, con la speranza che la terza persona non arrivi mai, ci accampiamo, sparpagliando la nostra roba ovunque. E poi buonanotte.

<< Devo essere sincera, non mi piace molto questa città >>, dico camminando verso il Lago Titicaca. << Non c’è granché effettivamente >>, risponde Gaia.
Per carità, ci sono baretti, ristoranti e negozi in centro al paese, ma più vai verso il Lago, più si fanno rari, finché non hai più niente vicino a te fuorché case dai mattoni a vista.

<< Certo che però Puno è davvero silenziosa una volta che sei distante dal traffico delle strade >>, << Si respira tranquillità >>, aggiungo. << Proprio ora che mi stavo abituando ai mille suoni diversi dei clacson >>, scherza Gaia.

Per il pomeriggio abbiamo prenotato la visita alle isole galleggianti degli Uros. Soltanto una volta salite sulla barca mi ricordo di soffrire il mal di mare: << Ma è un lago non un mare >>, dice la mia amica. << Che c’entra sto male uguale a ondeggiare sull’acqua >>, rispondo. E invece non è stato così, sono pure riuscita a salire sul tetto della barca per scattare qualche foto, senza vomitare. E, addirittura sulla banana mobile sono stata bene.

È straordinario come riescono a vivere su questa terra fluttuante, sono una comunità di quattordici persone, e il capo famiglia, una volta arrivati, ci ha mostrato come tengono sotto controllo il movimento dell’isola e come funziona la loro vita. Pensate che ogni isolotto ha una durata di circa trent’anni, dopodiché si devono spostare e ricominciare tutto da zero.

<< Gaia, stavo riflettendo >>, inizio. << Aia… >>, risponde la mia amica. Simpatica, vero? << Eddai sono seria >>. Continuo facendo finta di niente: << Se ci pensi tra una ventina d’anni tutto questo non ci sarà più, le generazioni stanno cambiando, e, secondo me, questo tipo di tradizione scomparirà pian piano >>, << Da una parte è triste, perché credo che si andrà a perdere tutta una parte di cultura che caratterizza questo paese. D’altra parte, però, immagina che vita fanno i bambini che nascono qui, che prospettive hanno? Ci sarà un cambiamento e tutto sommato, meno male >>, aggiungo, concludendo la mia riflessione.

Torniamo in ostello, dove, dopo tanto tempo, possiamo cucinarci noi da mangiare. Fidatevi che è una cosa da non sottovalutare dopo settimane che mangi fuori, e sempre le solite cose. I menù sono tutti uguali identici.

Dopo cena saliamo in terrazza, che essendo costruita come se fosse una serra, di giorno è impossibile starci per il caldo e di sera non basta mettere un maglione pesante in lana d’alpaca. No, dovresti avere almeno dieci alpaca cuciti addosso. Bevendo il “caffè”: << Ga, certo che io qua fatico proprio a respirare, perdo un polmone tutte le volte che faccio le scale >>. << Siamo in due anch’io la sto patendo >>.

E se facendo la scale dell’ostello mi sentivo male, non avete idea della fatica che ho fatto il giorno dopo.

Siamo andate a visitare un antico insediamento Inca, un posto bellissimo. All’inizio, un piccolo mercatino con qualche bancarella colma di maglioncini che vorrei avere nell’ armadio, e subito dopo un lago sulla sinistra. Il resto? Una distesa di sfumature verdastre e antiche costruzioni Inca. Una volta arrivate in cima alla collina, ecco lo spettacolo.

Peccato che per arrivare a destinazione, ci volevano una ventina di minuti, ma ci abbiamo impiegato un’ora, era impossibile respirare. Ogni due passi eravamo fermi per riprendere il fiato, finché la nostra guida non ci ha dato la “Muna”. È una pianta che cresce in queste terre, ci si può fare l’infuso, come con le foglie di coca, oppure si strofina sulle mani e dopodiché le si annusa. Ci spiega che, vista l’altezza, aiuta lo stomaco. << Ga, se mi annuso ancora due volte le mani potrei quasi mettermi a correre >>. << Vale prendiamone un po’ da portarci in ostello, così riusciamo a respirare in terrazza >>.

La mattina seguente, in fretta e furia, ci dirigiamo verso la stazione dei bus. Dobbiamo arrivare a Cuzco e non abbiamo ancora il biglietto. Ma una cosa mi rincuora, nessun viaggio, per quanto possa essere brutto, sarà mai come quello per arrivare ad Arequipa.

<< Spero di dormire e svegliarmi soltanto una volta arrivate >>. Destinazione finale: Cuzco, appunto.

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