rrem

Rainbow not rainbow

Altro giro, altra corsa: Rainbow Mountain.
La sveglia suona alle tre del mattino. Di nuovo.

Saliamo sul solito pulmino, e non ci metto neanche tre minuti ad addormentarmi.

<< Scendete dal bus >>, dice l’autista, e ormai sapete bene che non è mai un buon segno quando pronuncia queste magiche paroline. Ma esiste sempre una prima volta: ci fermiamo per fare colazione.

Se in Italia ogni tanto vi viene da pensare: << Non vado a vedere la cucina sennò non ci vengo più a mangiare qui >>, ecco in questo posto non c’era la cucina, quindi non voglio neanche immaginare da dove provenga il cibo che sto mangiando.

Si riparte. Dopo un’oretta arriviamo a destinazione, inizia la camminata.
La guida ci dice che se non ce la sentiamo di camminare possiamo salire a cavallo. Non mi ha neanche sfiorato questa idea, finché non sono arrivata a metà cammino. Non ne potevo più. << Ga, io sto patendo davvero tanto, non riesco più a respirare >>, dico alla mia amica. << Non è una passeggiata neanche per me >>, risponde.

Intorno a noi abbiamo un panorama bellissimo, mille sfumature di verde, una leggera nebbiolina accarezza le cime dei monti, innumerevoli alpaca, lama, e persone che vomitano a causa dell’altezza.

Non ci sono state molte conversazioni tra me e Gaia, figuriamoci, a malapena riuscivo a respirare. << Ecco, vedi, quando straparlo dovrei catapultarmi direttamente a cinquemila metri, così sto zitta >>, penso.

<< Dai Vale, manca poco, vedere le Rainbow Mountain ci ripagherà per tutta questa fatica >>, dice Gaia. E sarebbe stato esattamente così, se solo le avessimo viste le montagne colorate. Nebbia totale, non si vedeva niente, zero.
E che vuoi fare? Prendi un infuso di coca e ci ridi su.

<< Gli unici colori che vedo sono quelli del tuo cappello >>, dico alla mia amica. << Facciamoci una foto e poi con Photoshop ritocchiamo lo sfondo >>, dice Gaia.

Cerco di prenderla con filosofia: << Alla fine non è da tutti farsi una sfaticata per vedere le montagne colorate, e non vederle. Farsi una sfaticata ed essere circondate dalla nebbia. C’è chi ha rischiato di vederle con un sole che spaccava le pietre e fare delle fotografie spettacolari >>, mi dico tra me e me. Ma cosa dico, siamo sfigate e basta. << Straparlo anche se sono a cinquemiladuecento metri. Niente, non funziona neanche questo per farmi stare zitta >>, penso di nuovo.

Con le dita delle mani ormai in ipotermia, scendiamo di corsa. Scherzo, non riesco a camminare, figuriamoci a correre.

Per il pranzo ci fermiamo nella stesso posto di prima, senza di nuovo poter ringraziare un qualche cuoco.
<< Non vedo l’ora di arrivare in ostello, farmi una doccia “calda” e bermi una birra ghiacciata >>, dico. E così è stato.

A meno che tu, mamma, non stia leggendo il mio racconto, in quel caso mi sono fatta una doccia e mi sono bevuta un bel succo di frutta alla pera.

condividi

4 thoughts on “Rainbow not rainbow”

  1. “A meno che tu, mamma, non stia leggendo il mio racconto, in quel caso mi sono fatta una doccia e mi sono bevuta un bel succo di frutta alla pera.” E l’infuso era di finocchio e liquirizia!

Rispondi